«Ho capelli sulla testa, che si diradano, ma niente barba. Ho la pelle bianca come pergamena, ma meno dura. Ho superato la sessantina, uno dei pochi, da queste parti, a essere vissuto tanto a lungo. Ho la vista debole e sto peggiorando. Non ho paura della morte. Ciò di cui ho paura è che la morte cancelli quello che ho fatto, finché di me non resti sulla terra nemmeno una traccia.» Sono le prime parole della Confessione di Gutenberg, il romanzo - autobiografia fittizia e insieme testamento, giustificazione, orgogliosa rivendicazione di diritti, meriti e primati - che Blake Morrison ha dedicato al genio che inventò la stampa a caratteri mobili e con essa rivoluzionò la storia del mondo. Tutto, nella vita di Gutenberg, è avvolto nell’incertezza e nel mistero, a partire dal nome (a Magonza, il cognome della famiglia era Gensfleisch, «carne d’oca») e dalla data di nascita (quella tradizionale, molto simbolica e probabilmente falsa, è il 24 giugno 1400). I pochi documenti che ci parlano direttamente di lui - tra i quali non figurano i suoi libri, sempre comparsi senza l’indicazione dello stampatore - sono quasi tutti legati a incerte e tormentose vicende giudiziarie (cause per prestiti non restituiti, per diffamazione, per rottura di promessa di matrimonio…). Attorno a questi fatti, l’immaginazione romanzesca di Morrison costruisce una storia affascinante: attraverso lo sguardo di Gutenberg vediamo scorrere l’epoca cruciale tra l’autunno del Medioevo e l’alba dell’età moderna, con le danze macabre e le sfrenatezze del carnevale, l’attesa dell’Apocalissi e le epidemie di peste, le lotte politiche all’interno delle città e quelle religiose nella Chiesa, la nascita del capitalismo finanziario e gli albori della nuova scienza. Su questo vivido sfondo, il Gutenberg evocato con virtuosistica abilità di medium da Blake Morrison è il memorabile protagonista di una storia epica e tragica e fin troppo umana (e dunque sommamente romanzesca): quella di un uomo capace di sacrificare tutto - il denaro, l’onore, l’amicizia, perfino l’amore - alla missione a cui si sentiva chiamato, e che un destino tutto sommato benevolo (più benevolo di quanto lui stesso immaginasse) coronò di successo.
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«Ho capelli sulla testa, che si diradano, ma niente barba. Ho la pelle bianca come pergamena, ma meno dura. Ho superato la sessantina, uno dei pochi, da queste parti, a essere vissuto tanto a lungo. Ho la vista debole e sto peggiorando. Non ho paura della morte. Ciò di cui ho paura è che la morte cancelli quello che ho fatto, finché di me non resti sulla terra nemmeno una traccia.» Sono le prime parole della Confessione di Gutenberg, il romanzo - autobiografia fittizia e insieme testamento, giustificazione, orgogliosa rivendicazione di diritti, meriti e primati - che Blake Morrison ha dedicato al genio che inventò la stampa a caratteri mobili e con essa rivoluzionò la storia del mondo. Tutto, nella vita di Gutenberg, è avvolto nell’incertezza e nel mistero, a partire dal nome (a Magonza, il cognome della famiglia era Gensfleisch, «carne d’oca») e dalla data di nascita (quella tradizionale, molto simbolica e probabilmente falsa, è il 24 giugno 1400). I pochi documenti che ci parlano direttamente di lui - tra i quali non figurano i suoi libri, sempre comparsi senza l’indicazione dello stampatore - sono quasi tutti legati a incerte e tormentose vicende giudiziarie (cause per prestiti non restituiti, per diffamazione, per rottura di promessa di matrimonio…). Attorno a questi fatti, l’immaginazione romanzesca di Morrison costruisce una storia affascinante: attraverso lo sguardo di Gutenberg vediamo scorrere l’epoca cruciale tra l’autunno del Medioevo e l’alba dell’età moderna, con le danze macabre e le sfrenatezze del carnevale, l’attesa dell’Apocalissi e le epidemie di peste, le lotte politiche all’interno delle città e quelle religiose nella Chiesa, la nascita del capitalismo finanziario e gli albori della nuova scienza. Su questo vivido sfondo, il Gutenberg evocato con virtuosistica abilità di medium da Blake Morrison è il memorabile protagonista di una storia epica e tragica e fin troppo umana (e dunque sommamente romanzesca): quella di un uomo capace di sacrificare tutto - il denaro, l’onore, l’amicizia, perfino l’amore - alla missione a cui si sentiva chiamato, e che un destino tutto sommato benevolo (più benevolo di quanto lui stesso immaginasse) coronò di successo.